
Riunione della Federal Reserve – 28 gennaio 2026: conferma di un cambiamento nella lettura macroeconomica
Come previsto, la Federal Reserve ha mantenuto invariato il tasso di riferimento nella fascia compresa tra il 3,50% e il 3,75% durante la riunione del 28 gennaio. Questa decisione segna una pausa deliberata nel ciclo monetario, dopo i tagli dei tassi effettuati nel 2025, senza alcun impegno esplicito verso ulteriori riduzioni nel breve termine.
La Fed ha ora adottato un atteggiamento attendista, guidato esclusivamente dall’evoluzione dei dati macroeconomici. Questo cambiamento ha modificato in modo significativo la lettura macroeconomica nelle ultime settimane, come dimostrato da un marcato indebolimento del dollaro statunitense e dal proseguimento del rialzo dei metalli preziosi, senza tuttavia mettere in discussione la dinamica degli asset rischiosi, in particolare delle azioni. Al contrario, questo contesto pesa fortemente sull’intero comparto dei crypto-asset, dove la liquidità rimane fortemente compressa dal shock del 10 ottobre.
Tasso di riferimento USA & Previsioni

Messaggi chiave di Jerome Powell (Fed)
Jerome Powell ha chiaramente indicato che non vi è alcuna urgenza di ridurre ulteriormente i tassi di interesse, poiché la Fed ritiene che l’economia rimanga sufficientemente solida, in particolare per quanto riguarda il mercato del lavoro e le dinamiche dell’inflazione.
Ha sottolineato che non esiste alcun “test” o soglia predefinita che possa innescare il prossimo taglio dei tassi: le decisioni resteranno strettamente dipendenti dai dati futuri.
Sebbene l’inflazione abbia rallentato, rimane al di sopra dell’obiettivo del 2%, il che giustifica un approccio prudente.
Infine, Jerome Powell ha ribadito il doppio mandato della Fed — stabilità dei prezzi e piena occupazione — con le condizioni del mercato del lavoro che restano la metrica chiave da monitorare per qualsiasi futura modifica dei tassi di riferimento.
Indebolimento strutturale in corso del dollaro USA
La decisione della Fed conferma lo scenario anticipato dal mercato: la fine del ciclo monetario restrittivo statunitense. Il dollaro si indebolisce non in reazione a un taglio immediato dei tassi, ma perché i mercati stanno ormai integrando il fatto che il picco dei tassi è alle spalle.
Questa dinamica riduce l’attrattività dei tassi reali statunitensi, ovvero dei rendimenti corretti per l’inflazione. Ciò si riflette in particolare nella stabilizzazione — o addirittura in un lieve calo — dei rendimenti reali misurati tramite i TIPS, con i rendimenti di lungo periodo che cessano di salire.
Parallelamente, le preoccupazioni legate alla sostenibilità del debito pubblico statunitense e alla progressiva de-dollarizzazione delle riserve sovrane rimangono centrali. Il persistente aumento dei rendimenti a lungo termine (10 e 30 anni), nonostante il rallentamento economico, riflette meno aspettative di crescita e più l’emergere di un premio di rischio fiscale, che indebolisce strutturalmente il dollaro. Questa pressione è ulteriormente accentuata dalla guerra commerciale avviata da Donald Trump, che costringe i blocchi economici a diversificare le proprie riserve, sia in termini di valute sia di metalli.
Tassi: livelli tecnici chiave
US 10Y: l’area 4,04%–4,46% rimane una zona di equilibrio. Una discesa al di sotto del 4,04% fornirebbe un segnale di allentamento delle preoccupazioni sulla sostenibilità del debito statunitense.

Riallocazione dei flussi
Riallocazione dei flussi: valute, metalli, azioni
In questo contesto, gli investitori stanno riducendo l’esposizione strutturale al dollaro statunitense a favore di:
- altre valute, in crescita tra il +2% e il +25% su base annua a seconda delle aree geografiche,
- metalli preziosi, con oro e argento in rialzo tra il +70% e il +200% su base annua,
- mercati azionari, con una sovraperformance relativa delle azioni non statunitensi, che beneficiano meccanicamente di un dollaro più debole.
Si tratta di un processo di normalizzazione del dollaro dopo una fase di sopravvalutazione, e non di un collasso monetario. Questa dinamica deve essere pienamente integrata nell’analisi degli investimenti non denominati in euro, in particolare dei rendimenti DeFi in dollari e degli asset crypto.
Con un indebolimento di circa il -15% del dollaro rispetto all’euro, i rendimenti denominati in dollari risultano meccanicamente penalizzanti per un investitore europeo, mentre la distruzione di valore sugli asset crypto denominati in dollari si accentua.
Valute: livelli tecnici chiave
EUR/USD: l’area 1,22–1,28 rimane determinante. In parallelo alla debolezza del DXY, l’euro continua a rafforzarsi. Lo scenario centrale resta una fase di oscillazione tra la base di uscita del canale intorno a 1,14 e la zona alta a 1,28. Una chiusura giornaliera sopra 1,28 costituirebbe un segnale tecnico di rilievo.
DXY: la zona obiettivo si colloca intorno a 95–93.
USD/JPY: la coppia entra in una fase di rafforzamento dello yen, sostenuta dalla stabilizzazione dei rendimenti a lungo termine statunitensi, dalla riduzione del differenziale di tassi tra Stati Uniti e Giappone e da un graduale ritorno dei flussi di rimpatrio verso gli asset giapponesi.

Bitcoin & Crypto: assenza di liquidità e desincronizzazione macroeconomica
Nel comparto crypto, la carenza di liquidità rimane evidente. Bitcoin non riesce a cristallizzare la limitata liquidità ancora disponibile, nonostante le proiezioni macro di correlazione verso la fine del 2025 avrebbero dovuto favorire un’accelerazione verso l’area dei 140.000 dollari in parallelo con l’oro. Il mercato resta incapace di assorbire il forte shock di distruzione della liquidità verificatosi all’inizio di ottobre.
Le dinamiche dominanti sui mercati valutari, combinate con le strategie di copertura legate al carry trade, stanno spostando volumi significativi di liquidità verso i mercati dei cambi e dei tassi, gli unici in grado di assorbire flussi di tale ampiezza. Bitcoin, preso isolatamente, non dispone della profondità necessaria per intercettare questi movimenti macro di grande scala.
Di conseguenza, BTC risulta temporaneamente messo in secondo piano, sostenuto principalmente da una liquidità “retail” insufficiente a invertire queste tendenze strutturali. Questi movimenti macro sono lenti e progressivi (paragonabili a una nave che cambia rotta), e sarà probabilmente necessaria una fase di stabilizzazione globale sui mercati dei tassi e delle valute prima di poter ipotizzare un ritorno duraturo della liquidità verso Bitcoin.


Bitcoin: livelli tecnici chiave
BTC/USDT: l’area 65.000–72.000 dollari deve assorbire la carenza di liquidità prevista per il 2026 per consentire l’avvio di una tendenza strutturale verso i 147.000 dollari. Sul piano tattico, il livello di 103.000 dollari continua a limitare i rimbalzi, favorendo un’evoluzione laterale in attesa di flussi di liquidità più consistenti su Bitcoin.
Altcoin: distruzione strutturale di valore
La situazione di Bitcoin non deve essere confusa con quella delle altcoin. Le traiettorie di valorizzazione di molti token tendono strutturalmente verso lo zero, a causa di un’inflazione di emissione non regolata né controllata. In un contesto in cui gli asset tradizionali si stanno progressivamente orientando verso la tokenizzazione, i token puramente utilitaristici rischiano di essere penalizzati in modo duraturo, o addirittura esclusi dai framework di allocazione tradizionali. I deflussi netti di liquidità osservati, inclusi quelli tramite ETF crypto, confermano questa dinamica.
Al di fuori della Top 5 del comparto crypto — e anche in quel caso con forti riserve — diventa sempre più difficile anticipare una rivalutazione credibile di lungo periodo. Al contrario, il trading opportunistico di breve termine, volto a sfruttare sacche di volatilità, rimane pertinente su questo segmento in un contesto strettamente tattico.
